La famiglia von Sonderburg - Fuga e ritorno

Il romanzo è edito da Ibiskos Editrice Risolo nel settembre 2010. Opera prima dell'autore.

 

 

La famiglia von Sonderburg è la storia di una nobile famiglia asburgica, triestina, a cavallo della Grande Guerra.

La storia è ambientata a Trieste che, alla vigilia del conflitto, era un’importante città dell’Impero, orgogliosa di esserlo, seconda solo a Vienna e Budapest, crogiolo di razze, culture e intellettualità, attiva e laboriosa per commerci e strutture portuali moderne. Trieste rappresentava un laboratorio politico, moderno, antesignano di un modello europeo, forse non ancora realizzato nell’Europa odierna.

 

 

 

          foto della copertina tratta da un dipinto di Giovanni Boldini

 

 

Il romanzo racconta la parabola della famiglia von Sonderburg, a partire dal 1913 fino al 1921. Brillante all’inizio, quando la famiglia è la massimo dello splendore, successivamente preoccupata dai venti di guerra che si profilano all’orizzonte, infine travolta dalle sorti dell’Impero.  Tuttavia, nel finale, la famiglia ritrova, con orgoglio, forza ed energia per rinascere. Infatti, dopo l’inevitabile fuga a Vienna, a seguito della sconfitta degli Imperi Centrali, Ferdinando decide di tornare a Trieste, nella villa di famiglia, assieme alla moglie e ai due figli piccoli. Trovano certamente una città diversa, ma sempre ricca di fascino. Nonostante tutto è la città che i von Sonderburg amano e a cui non sanno rinunciare.

E’ descritto il buon senso e la larghezza di vedute degli asburgici nati e residenti a Trieste e Gorizia. Ciò è reso evidente da come gli anziani conti von Sonderburg vivono il contrasto che emerge fra i due amati figli, avendone uno fedele all’Impero e l’altro irredentista convinto.

I protagonisti sono ben delineati. Il conte Franz, capofamiglia, fedele all’Impero per tradizione del casato, trasmette fortemente ai figli questo messaggio. La moglie, Caterina, fedele anche lei agli Asburgo, donna sensibile e di grande personalità, si prodiga con saggezza al mantenimento dell’equilibrio familiare. Il primogenito, Ferdinando, medico, perfetto gentiluomo, segue gli insegnamenti paterni fino a diventare anche lui autorevole e saggio. Il secondogenito, Carlo, carattere romantico e idealista, è affascinato dall’irredentismo ed è pronto a dare la vita per l’Italia; è lacerato fra due sentimenti contrapposti, l’amore per la sua famiglia e la convinzione delle sue idee irredentiste.

Come affermato dalla giornalista dott.ssa Marina Silvestri, durante la presentazione dell’opera, il romanzo è un affresco vivace e colorito della società asburgica del tempo. In particolare per il modo di pensare e comunicare di quell’epoca. Il romanzo s’inserisce nel filone del mito dell’”Austria felix” con ulteriori approfondimenti, come scrive il giornalista in un articolo de “Il Piccolo” del 28/10/2010.

Il romanzo ha ricevuto il Premio speciale della Critica Narrativa Edita al concorso Città di Pontremoli edizione 2012. Ha ricevuto il terzopremio ex aequo al concorso letterario "Mario Conti" Cittò di Firenze nel novembre 2012. É sato tradotto in lingua tedescae pubblicato da Bod con il titolo "Dämmerung in Triest".

Di seguito la recensione della prof.ssa Gabriella Valera Gruber, stesa dopo la presentazione che la stessa ha fatto presso la Libreria Minerva di Trieste:

 

Ha il fascino e la forza di un romanzo classico questo “La famiglia von Sonderburg. Fuga e ritorno” di Maria Luisa Grandi: per la complessità della trama, per l’ampiezza dello scenario su cui si conduce, per l’andamento ritmato della narrazione che attraversa gli anni della Grande Guerra e del cambiamento dalla Trieste asburgica alla Trieste italiana, con le nuove minacce che già si profilano all’orizzonte. E deve essere letto con una dedizione pari a quella con cui l’autrice – lo si avverte in ogni passaggio e in ogni curata rappresentazione – lo ha scritto.
Dunque cominciamo con il riconoscere alcuni valori formali dell’opera: perché la narrazione di cui si è detto, si snoda in realtà, dal punto di vista della forma e dei generi, in uno spazio intermedio fra romanzo e racconto.
Caterina, colonna della famiglia von Sonderburg e figura centrale nel libro, introduce nella storia raccontandola, così come essa giace nei suoi ricordi pacificati dal tempo: “erano trascorsi tre anni dalla fine della guerra…”. E l’andamento del racconto continua, sottolineato dalla modalità del tempo imperfetto, utilizzato ripetutamente per introdurre gli snodi da una fase ad un’altra della storia: “era trascorso un mese dalle nozze..”; “Era la fine del settembre del 1914”; “Eravamo a Natale del 1914…”; “Erano i primi di maggio del 1915…” e così via per tutta una serie di momenti quando la continuità del ricordo, del racconto e della vita si impone su ogni più grave frattura. Il racconto come forma della memoria, attraverso Caterina e Valeria (moglie di Ferdinando e controfigura femminile di Caterina, perché giovane e borghese e desiderosa d’un mondo nuovo ancora non ben conosciuto); il racconto di Ferdinando al figlioletto Francesco che sempre insistentemente lo richiede; il racconto di Carlo, figlio “difficile” di Caterina e Franz, oggetto di infinita preoccupazione, disinganno e amore, all’amico August, nei tempi della sua prigionia; il racconto di Fritz, amico di famiglia, fatto di una cura dei particolari che, lo rivela egli stesso, è un tentativo di conoscere le cose, osservandole.

Ma la storia ha anche tempi suoi propri, che sono per così dire esterni alla memoria, esterni alla percezione del soggetto che la narra. Ed ecco allora i grandi momenti di svolta segnati dal marchio del tempo passato, definitivo, non più rielaborabile. E’ il romanzo della storia che si fa avanti, la sua identità oggettiva, il suo vivere con una forza propria: “Il 28 maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria…”; “Il 23 giugno del 1915 ci fu la prima cruenta battaglia…”; “a fine ottobre 1917 Tedeschi e Austroungarici scatenarono la dodicesima battaglia sull’Isonzo tra Tolmino e Caporetto…”.
Così anche nella vite private: dalla festa del 68 compleanno di Franz ( “Franz festeggiò il 68
compleanno il 2 aprile 1914”) con l’attenzione rivolta al prossimo matrimonio di Ferdinando e
Valeria, “l’ultimo grande matrimonio di un’epoca che sta finendo!”, come afferma sospirando il vecchio, disorientato ma consapevole nella realtà che sta cambiando, alla nascita di Francesco, alla morte di Francesco Giuseppe (“il 28 novembre si apprese della morte dell’imperatore…”) con quella messa solenne che rappresenta “l’ultima cerimonia asburgica che si tenne a Trieste”: evento che, pur nel suo essere emblematico dal punto di vista storico, assume in realtà la risonanza di un “privato”, per quanto collettivo, sentimento del venir meno di valori in cui intere generazioni e intere classi sociali avevano creduto.
E così tanti altri eventi: morti e nascite, addii e ritorni. Cambiamenti segnati da qualche continuità come la presenza costante di Max, il maggiordomo completamente dedito e coinvolto nelle vicende dei suoi padroni, che con trepido affetto accoglie notizie negative e positive, se ne fa filtro, se potesse si farebbe scudo per proteggerli, e viene sempre di più integrato, e con sempre maggiore affetto, ma anche come segno dei tempi, nel tessuto familiare.
Si entra dunque nella storia a poco a poco, e vivono i personaggi, tutti comprimari, nessuno lasciato in ombra, nessuno privo di quell’amore che uno scrittore offre alle sue creature.
Lo sfondo è una Trieste austroungarica, una “piccola Vienna bagnata dall’Adriatico”, già
caratterizzata, però, da una molteplicità di versanti capaci di convivere solo fino allo scoppio della guerra: la sua collocazione culturale mitteleuropea (“i bambini parlavano tedesco e italiano, mentre in famiglia si parlava la lingua d’origine”) costituisce certo la premessa di una particolare libertà intellettuale, ma anche promuove quei fermenti di italianità che l’irredentismo avrà il compito di segnalare e che la guerra porterà a compimento. D’altra parte il rapporto fra la ricca borghesia e la nobiltà triestina che “sempre hanno avuto bisogno l’una dell’altra” attraverserà momenti di crisi
durante la guerra, per dare spazio, a guerra finita, ad un diverso ordine sociale, in cui i commerci e il bisogno di ricostruire prevarranno sul nostalgico ripiegamento verso la tradizione.
Su questo sfondo si muovono la famiglia nobile dei von Sondenburg e quella borghese dei
Podgornik, i cui destini si incontrano nell’amore di Ferdinando e Valeria.
Su questo sfondo si muove anche tutto un mondo di sentimenti e di caratteri: ci sono gli spazi del femminile, al cui centro vive Caterina von Sonderburg, sposa, madre, gentildonna, nelle cui stanze “si respirava un’atmosfera di colta femminilità”; c’è la vanità sottile delle signore, nei loro abiti e nelle loro piccole manie, le danze, le corse dei cavalli, oppure il pudore gentile con cui vengono annunciati i momenti della maternità e dell’amore; e ci sono gli spazi del maschile in cui al senso del bello e di una intimità preziosa si sostituisce una complice consuetudine: gli uomini che si ritirano per parlare di politica, gli uomini che si concedono il piacere del sigaro, gli uomini che vivono spaesati il momento del parto di Valeria, e naturalmente la discussione sui fatti che stanno investendo la città e l’impero, e, sopra tutto, il senso dell’onore ineludibile.
Franz, che nei momenti gravi, incontra i figli con l’autorità del padre, come nel caso di Carlo
arrestato per irredentismo, o trattandoli da pari a pari, come nell’incontro con Ferdinando, quando la guerra dichiarata dall’Italia richiede un impegno non procrastinabile in difesa dell’Impero minacciato, non può darsi pace al pensiero di un figlio disertore: conosciuta la notizia del suo arresto comincia il suo calvario di contraddizioni: “Sentiva il casato infangato” … “Siamo in guerra, Carlo è un disertore, sarà processato e impiccato”… “Non aiuterò un disertore, pensò con dolore, si sentì male e chiamò Max, il quale stava fuori dalla porta, attento ad ogni rumore, pronto ad ogni evenienza”.
E in fondo l’onore anche in Carlo, una delle figure più complesse del libro. Figlio minore dei von Sonderbug è travolto da una scelta più grande di lui. Attratto nel circuito degli irredentisti, desidera Trieste italiana in nome di una cultura assimilata attraverso la lingua (“in questa benedetta città si parla italiano”, esclama Caterina di fronte alla scelta del figlio che spera ancora reversibile).
Ma a guerra iniziata, la scelta irredentista non può più essere revocata. A Carlo appare come l’unica possibile per rimanere coerente con i suoi ideali. “L’argomento è più grande di lui” ma “in fondo anche per morire basta una decisione”. E viene arrestato.
Gli viene offerta una via d’uscita con uno stratagemma pensato dall’amico Fritz, una scelta
dolorosa, ritornare a combattere, duramente, nelle fila dell’esercito austriaco, sotto falso nome, e Carlo la compie dilaniato tra il rimorso verso coloro che rimangono in carcere e il rimorso d’avere provocato un dolore immane alla sua famiglia: “Come ho potuto fare loro questo!”. Carlo tenero zio, Carlo affettuoso fratello, Carlo che diventa suo malgrado, ma infine fedele ad una scelta strana, eroe nell’esercito asburgico, Carlo che, fatto prigioniero chiede notizie sulla conclusione della guerra e, di nuovo mosso dal suo più vero ideale, esprime una gioia tutta impolitica ma umanamente comprensibile per la vittoria dell’Italia laddove si rammarica della vittoria degli inglesi, senza considerare il dato storico della alleanza fra i due paesi contro l’Impero.
La guerra: la guerra travolge vite e culture, ambienti e abitudini. Eppure essa è “altro”. Altro rispetto alla vita vera degli uomini, lontana: altro rispetto alla felicità dell’amore e della giovinezza, altro quando se ne avvertono le prime avvisaglie ma la spensieratezza dei giovani ufficiali non esita a rimuoverne il pensiero per più allettanti prospettive (“arriviamo belle ragazze!”) e lo stesso Ferdinando, che ne sente parlare mentre sonnecchia in treno non bada troppo all’imminente catastrofe. Essa è lontana sul fronte russo da cui ritorna l’amico di famiglia Fritz con i suoi racconti.
Quando si avvicina e la prima linea è ormai “alla periferia di casa”, la vita comunque continua, sempre più difficile ma egualmente segnata da desideri e pensieri che sembrano volerla ignorare (Rodolfo pensa alla sua carriera di violinista, Valeria rimane estranea al dramma dell’impero e vuole un suo cavallo personale…). La vita continua a Trieste per la gente comune, continua nella villa di Abbazia per Caterina e Valeria. Francesco cresce, Valeria, superato il tempo dell’insofferenza per quanto di severo andava instaurandosi nella vita di tutti i giorni, matura e diventa definitivamente donna. Il dramma coinvolge egualmente i profughi dell’una e dell’altra parte: non sono loro a volere la guerra gli uni contro gli altri, essi sono comunque vittime.
Analogamente la nostalgia di bellezza e di amore non fa distinzione di schieramenti avversi: perché la guerra è altro rispetto al sentire degli uomini, li sovrasta e li travolge, con il suo potere assurdo, ma non può avere la meglio sulla loro identica umanità.
Come non citare almeno un brano del libro, quello in cui Fritz racconta d’essere stato fatto
prigioniero per una sola notte dal comandante russo con la richiesta di suonare quella musica che egli offriva ogni giorno a se stesso e ai suoi compagni e che giungeva, come eco senza tempo e nostalgia di dolcezze perdute, oltre la linea di separazione fra i due eserciti nemici! “I soldati, nella cupa noia della vita di trincea, aspettavano che Fritz li raggiungesse con il suo violino. Anche i soldati russi, rinchiusi nelle trincee nemiche, poco distanti dagli Austriaci, aspettavano quel momento di serenità”. “Suonavo per me” racconta Fritz, “per i miei feriti, per i miei soldati e anche per quelli russi”. Da “prigioniero” egli viene richiesto di suonare una notte intera; all’alba il commiato: “non la dimenticheremo, le auguro di suonare ancora a lungo per tutti i soldati del mondo”.
Per tutti i soldati del mondo, quasi che la condizione di soldato fosse ormai l’unica pensabile da parte di questi uomini, che tuttavia sentono di non essere ciò che la guerra impone, collocati come sono su fronti opposti da un non scelto destino.
A patire la guerra nel modo più acerbo sono forse i due fratelli Ferdinando e Carlo.
La prigionia di Carlo, sul finire del conflitto, viene presentata come un’ assurda “crociera” verso un continente di cui i prigionieri nulla sanno, per motivi di cui essi nulla sanno, in cui solo lo sguardo rivolto al cielo, un cielo grande e azzurro, apre a momenti di chiarezza interiore, e i morti, sepolti nelle onde dell’oceano, vengono tristemente compianti: poveretti, “morire così lontani da casa”! E’ la nostalgia della casa, della vita normale che affiora in ogni istante e in ogni pensiero.
Ferdinando in qualità di medico militare si trova di fronte a sofferenze inenarrabili: una “pietà illimitata […] gli devastava il cuore”. La guerra lo ghermisce nelle sue spire ed allora è lui che si allontana: da Valeria, dalla casa, dal figlio: “pur essendo a pochi chilometri da casa era come se fosse lontano sul fronte russo”. Non può essere diversamente. La vita è un’altra cosa: se la guerra devasta, la vita se ne separa e si sottrae per continuare il suo ininterrotto ciclo. Nella famiglia, attraverso la ricomposizione degli affetti.
“La famiglia von Sonderburg” potrebbe essere considerato un romanzo storico, per le molte
puntuali considerazioni sulle peculiarità di Trieste dentro il grande dramma europeo, prima e dopo la fine della guerra, espresse tra l’altro dal punto di vista asburgico, costringendo il lettore italiano a mettersi dall’altra parte (un esempio fra tanti: Caporetto è una vittoria che dà qualche sollievo agli eserciti). E ci sono inoltre le ambientazioni: Trieste e Vienna, il porto, i caffè, i ritrovi, ma anche le ville, quella dei von Sonderburg a Scorcola e quella ricca di straordinaria biblioteca di Zia Sofia a Vienna. Un grande minuzioso affresco per una scenografia che esalta l’azione dei singoli e della collettività.
Ciò che forse più attrae, però, nella scrittura di Maria Luisa Grandi, è l’attenzione fine, la
particolare grazia, con cui viene seguita la vicenda “privata” dei suoi personaggi.
Delicati e intensi sono gli amori, Valeria e Ferdinando, Carlo ed Anna, ma anche l’amore
delicatissimo fra i due coniugi “anziani” Caterina e Franz.
“Come sei bello marito mio!” sussurra Valeria guardando il suo giovane uomo nella prima notte di nozze; “come sei bello amore” , “come ti amo”, le fa eco Caterina sempre più tenera verso Franz, ormai fragile e malato, che a sua volta a lei si rivolge con i più teneri appellativi.
Accanto al lirismo dell’amore ci sono tutti gli affetti: da quello parentale a quello dell’amicizia.
Nei momenti più duri della guerra basta poco perché in famiglia sia festa. Arriva la lettera di
Ferdinando nel giorno del primo compleanno di Francesco, Francesco è il re della festa e tutti gioiscono con lui; dopo Caporetto un breve congedo di Ferdinando gli permette di tornare a casa: è un tripudio. Tutti partecipano della gioia, Ferdinando abbraccia Max il maggiordomo, accorrono a salutarlo la vecchia governante, la cuoca, la cameriera: “il pane fatto di crusca e segatura era tesserato… Tutti si chiedevano come avrebbero passato il prossimo inverno. Ciononostante in casa von Sonderburg ci fu festa grande perché i cuori erano in festa”. E a guerra finita, quando infine anche Carlo torna a casa, il 21 dicembre 1919, “Dio ti ringrazio mormorò fra sé Franz”, forse placato dopo l’infinito patire delle sue contraddizioni di uomo d’onore e di padre. Fu “un Natale particolare che assumeva per loro la peculiarità di vera celebrazione della famiglia. Caterina fece allungare la tavola da pranzo che fu festoso come quello di due giorni addietro”.
La famiglia e il gesto quotidiano, e, con gli affetti, il senso di una continuità da conservare, anche attraverso la salvaguardia del patrimonio familiare, secondo le regole, dentro un ordine che non ha fine, perché ogni fine si ricongiunge a un inizio.
Quante volte Caterina ha ascoltato dentro di sé la voce dei suoi pensieri ora che “la fine di tutto stava iniziando”, e aveva pensato al suo Franz: “Mio Franz, il destino ci ha voluto ultime foglie dell’autunno di un’epoca”. Ma a Vienna, immediatamente dopo la guerra eccola di nuovo pronta alla vita: “Vienna è in fiore, la tristezza se ne andrà”.
Ferdinando era sceso alla stazione di Vienna il 25 novembre del 1918 “all’imbrunire”. Ora però le cose “miglioravano di giorno in giorno, il futuro prendeva i colori dell’alba”.
Albe e tramonti.
Franz muore nella luce dorata di un tramonto. Francesco, che porta italianizzato il nome del nonno, cresce, “saltella” da una lingua ad un’altra parlando italiano sloveno e tedesco, nasce Sofia Caterina Sonia von Sonderburg che porta il nome di zia Sofia, si ritorna a Trieste dove tutto cambia rapidamente, una Trieste sospesa fra la fine e l’ inizio di un mare che l’abbraccia in una dimensione di speranza e di solitudine (“di lì [Valeria] vedeva il mare: la fine del mare Adriatico o il suo inizio”).
La vita riprende il suo corso. Ferdinando siede ormai nello studio di Franz, alla sua scrivania: “ora che Carlo è a Firenze non ci mancheranno più i sigari toscani” esclama, ricordando la complice consuetudine di un tempo. Ora però Franz non c’è più.
Caterina non ha più forza di raccontare. La storia è compiuta, la narrazione ha accolto in sé il romanzo e il racconto, li ha trasformati, coinvolgendo il lettore nell’azione con la forza di un dramma.
Ora la scena si spegne e l’autrice come il lettore rimangono in silenzio a pensare.


Gabriella Valera Gruber


Prof. Gabriella Valera (Università di Trieste www.gabriellavaleragruber.it )
Presidente Associazione Poesia e Solidarietà Trieste www.poesiaesolidarieta.it
Responsabile Concorso Internazionale di Poesia Castello di Duino- Poesia e Solidarietà
linguaggio dei popoli www.castellodiduinopoesia.it
Responsabile Forum Mondiale dei Giovani “Diritto di Dialogo” www.castellodiduinopoesia.it
Presidente Casa della Letteratura di Trieste

 

Ritrovarsi - La famiglia von Sonderburg

Ritrovarsi è edito da Ibiskos Editrice Risolo nel marzo 2013

Ha ricevuto il Primo Premio per la narrativa edita al concorso Città di Pontremoli edizione 2014. 

Ha ricevuto menzione della giuria come finalista del XXXII Premio Firenze con la seguente motivazione: " Secondo volume della saga dei von Sonderburg, al tempo di Trieste tra le due guerre mondiali. Capitoli intensi, nei quali, sullo sfondo di una storia drammatica, sono evidenziati, con rara sensibilità, sentimenti nobili e civili. L'autrice dimostra equilibrio e misura nella narrazione, che, senza retorica e priva di eccessi, scorre limpida, coinvolgente, convincente."

 Con piacere riporto la Prefazione al romanzo scritta dal prof. Paolo Quazzolo

Ritrovarsi costituisce il secondo capitolo di quella che potrebbe, a tutto diritto, essere considerata come una “saga” familiare. Maria Luisa Grandi esordisce, infatti, nel 2010 con il romanzo La famiglia von Sonderburg, primo “atto” di una storia che racconta le vicissitudini di una casata aristocratica di antiche origini asburgiche, residente a Trieste. Lo sfondo storico è quello della Grande Guerra, e la narrazione di questo primo romanzo si dipana tra il 1913 e il 1921. Sono anni difficili per tutta l’Europa, coinvolta in una immane tragedia, e per Trieste, città che alla vigilia del conflitto è ancora un importante centro commerciale dell’Impero Austro-Ungarico, ma che al termine della guerra, divenuta italiana, conosce una violenta crisi economica e deve affrontare il complicato percorso alla ricerca di una nuova identità. Travolta da cambiamenti epocali, la famiglia von Sonderburg – al pari di molte altre – si trova improvvisamente straniera in casa propria.

La storia narrata da Maria Luisa Grandi è, infatti, non quella ufficiale scritta dai vincitori, ma, viceversa, quella vissuta dai vinti e, proprio per questo, poco conosciuta. Con un inedito capovolgimento di prospettive, La famiglia von Sonderburg propone la storia di Trieste vissuta non dal punto di vista dei cittadini italiani nell’entusiastico anelito verso il ricongiungimento alla madrepatria, ma viceversa attraverso gli occhi di una famiglia, sì intimamente triestina, ma di origine, formazione culturale e sentimenti austriaci. Ecco allora che la caduta dell’Impero, il rapido capovolgimento delle sorti nazionali, l’arrivo a Trieste degli italiani, è vissuto non come un atto liberatorio, quanto viceversa come un momento di smarrimento, caratterizzato da angoscianti interrogativi sul proprio futuro. E gli stessi membri della famiglia, posti di fronte al divenire degli eventi storici, reagiscono in modo opposto, chi rimanendo fedele all’Impero, chi passando pericolosamente dall’altra parte delle barricate, per combattere in favore dell’Italia.

L’incendio dell’Hotel Balkan, descritto in uno degli ultimi capitoli della Famiglia von Sonderburg, la crescente intolleranza all’interno di una città che, storicamente, era stata punto di incontro tra razze, culture e religioni diverse, prospetta l’avvento di tempi sicuramente difficili. Sull’immagine di una famiglia che, nonostante tutto, riesce a mantenere la propria identità nella forza stessa del suo affiatamento, si chiude il primo capitolo di questa “saga”, consacrato dalla nascita di Sofia, l’ultimogenita dei von Sonderburg, che porta con sé un dolce senso di speranza e fiducia nel futuro.

Ritrovarsi prende avvio qualche anno più tardi: siamo nel 1936 e nuovi venti di guerra si stanno agitando all’orizzonte. L’avvento del fascismo in Italia e del nazismo in Germania, trascinano rapidamente l’Europa verso una nuova, immane tragedia. La famiglia von Sonderburg è sempre protagonista del proprio destino, ma questa volta gli attori principali sono divenuti i rappresentanti della seconda e terza generazione. Il conte Franz è uscito di scena nelle ultime pagine del romanzo precedente; sua moglie Caterina è la rispettata decana di una famiglia ormai sempre più numerosa e ramificata. Ferdinando, figlio di Franz e Caterina, vive con apprensione, assieme a sua moglie Valeria, i primi passi nel mondo della sua prole: Francesco, ormai un giovanotto, studia all’Università di Vienna, mentre Sofia – proprio quella bimba la cui nascita aveva sigillato la chiusura del precedente romanzo – , sta concludendo gli studi superiori a Trieste e già guarda verso Vienna, la grande capitale austriaca, città d’origine della propria famiglia.

Ma c’è anche il ramo fiorentino della casata, con Carlo, fratello di Francesco, ormai sposato a una Ricci e padre di tre figli; e il ramo bavarese, con Anna, nipote del capostipite Franz, e suo marito Guido.

Il racconto, scandito in agili e ritmati capitoletti, si dipana attraverso luoghi differenti che fanno muovere la narrazione tra Vienna, Trieste, Firenze, la Baviera.

Seguendo la classica formula manzoniana del romanzo storico, in cui si intrecciano “un misto di realtà e finzione”, Maria Luisa Grandi racconta le vicende che scossero l’Europa tra il 1936 e il 1945 utilizzando personaggi d’invenzione, ma che ben riproducono situazioni, vicissitudini e drammi vissuti da centinaia di uomini.

La narrazione prende avvio attraverso la descrizione di una Vienna ancora non annessa alla Germania di Hitler, in cui i rampolli von Sonderburg vivono, con relativa serenità, la propria giovinezza, tra studio, incontri galanti, serate all’opera, balli di società. E anche a Trieste, la famiglia sembra trascorrere le proprie giornate seguendo antiche abitudini, ormai ben ambientata nella nuova situazione politica e nazionale della città.

Il rapido precipitare degli eventi, scanditi con precisione dall’autrice sullo sfondo del racconto, conducono allo scoppio del conflitto mondiale. L’immane tragedia vissuta da tutta l’Europa travolge anche la famiglia von Sonderburg: a pochi anni di distanza dalla Grande Guerra, la nuova generazione si prepara a subire l’inevitabile. Come già venticinque anni prima, nuovamente i protagonisti vedono frantumarsi la famiglia, costretta a dividersi tra luoghi lontani. Sofia, che per prima dovrà sopportare i lutti di una guerra orribile, decide stoicamente di rimanere a Vienna; Francesco, dopo aver combattuto in Africa, ripara a Firenze, ove incontra lo zio Carlo e conosce Loretta; Caterina e Valeria si trasferiscono in Friuli, mentre Ferdinando rimane a Trieste a esercitare la propria professione di medico presso l’Ospedale Maggiore. La moglie e i figli di Carlo trovano riparo in Sardegna, Loretta è costretta a trasferirsi sugli Appennini, Anna rimane a presidiare i beni di famiglia in Baviera, Guido scappa in Svizzera per sfuggire al bracconaggio delle SS.

La storia, a questo punto, si suddivide in numerosi intrecci paralleli, che si susseguono attraverso un abile montaggio incrociato. Il racconto si fa sempre più cupo e l’autrice raggiunge vette di alta drammaticità in pagine come quelle che narrano l’arrivo dei russi a Vienna, la guerra partigiana, il degenerare del conflitto nelle sue ultime fasi, con rappresaglie, vendette, bracconaggi e violenze gratuite.

Ne scaturisce un grande affresco, dalle tinte cupe e insanguinate, in cui il destino dei potenti si mescola a quello della gente comune, la sorte delle famiglie altolocate, con quella dei più umili. Su tutto domina un grande sentimento di pietà, di comprensione e di dolore che l’autrice vuole condividere con il lettore, coinvolgendolo emotivamente in un racconto dalle numerose sfaccettature.

L’avanzata degli Alleati, la morte dei tiranni, conducono al termine di una guerra che, probabilmente, nessuno avrebbe potuto immaginare così cruenta. L’Italia gioisce per la liberazione, le città, seppure gravemente ferite, cercano di tornare alla normalità. Con un’unica eccezione: Trieste. La città giuliana è l’unica parte d’Italia che ancora non conosce pace: gli ultimi giorni di guerra vedono, in rapida successione, il dominio tedesco, l’occupazione jugoslava, l’arrivo delle truppe neozelandesi e infine quelle degli Alleati. Orrori e violenze di ogni tipo si susseguono a ferire e offendere una città che – come ha dimostrato la storia – dovrà aspettare ancora molti anni prima di poter tornare alla normalità e di vedere definitivamente riconosciuta la propria appartenenza all’Italia.

Ma, nonostante tutto, il racconto allenta le proprie tensioni e la famiglia von Sonderburg, ancora una volta miracolosamente illesa, si prepara a riunirsi nella casa patriarcale di Trieste. In una sorta di armonica simmetria con la prima parte della “saga”, Ritrovarsi si avvia alla conclusione con una festa in cui tutti – o quasi – i protagonisti si incontrano in quello che è il luogo d’origine della famiglia, l’elegante villa situata sul colle di Scorcola. Ma non manca un velo di malinconia: in una delle pagine più intense del romanzo, l’ormai anziana Caterina, sopravissuta a due guerre, sente che «era giunto, assieme alla stagione, il suo autunno. Il giardino era rivestito dei colori più accesi e caldi, anche la statua della Bora le sembrava sorridere più del solito, offrendole il luccichio della sua candida pietra, quasi un invito. Il suo Franz l’aveva lasciata in un rosso tramonto di ottobre, lei lo avrebbe seguito altrettanto dolcemente, nella propria amata casa, con la gioia di aver avuto attorno a sé tutti i suoi cari».

E anche Sofia, crudelmente colpita dalle vicissitudini della sua vita, sembra non riuscire a trovare pace: solo un inaspettato finale sembrerà aprire le porte a una nuova storia, una terza, possibile, parte della “saga”. E ci ammonisce Caterina, nelle ultime pagine del romanzo, «Non vedrò cosa sarà il futuro di Trieste. Non so neppure cosa augurarmi. Vostro padre vivrebbe questo momento con maggiore angoscia di quella che state vivendo voi. Il mio tempo è trascorso da quando il mio Franz se ne è andato. Da allora non ho sentito il desiderio di soddisfare aspettative se non quella di ritornare in questa casa. Oggi siete tutti qui attorno a me e questo fatto è motivo di grande gioia, sollievo fisico, oserei dire. Siete giovani e dovete avere la speranza di vivere in un mondo migliore. Avete il dovere di contribuire a renderlo tale».

 Prof. Paolo Quazzolo

Docente di Storia del Teatro

Presso l’Università degli Studi di Trieste

Con la bora nel cuore

Il romanzo è edito da Ibiskos Editrice Risolo nel dicembre 2011

 Ha ricevuto il Premio Speciale della Critica per la Narrativa edita al concorso letterario "via Francigena"  X edizione del 2012

 

 

 

 

 

 

 

foto di Giovanni Montenero che è sulla copertina del libro

 

Emma è una ragazzina felice che vive con spensieratezza in una famiglia agiata e serena. Ha un fratello musicista che l’affascina con il suo violino, una madre bella, prima di tutto dedita al marito, un padre ricco di umanità. Vive a Trieste e trascorre le vacanze nella tenuta di famiglia, correndo in bicicletta per le stradine in terra battuta della campagna friulana, in mezzo ai campi fioriti, accompagnata dal fido Blacky.

Una disgrazia è in agguato. Il padre s’ammala e muore quando Emma è in collegio. Deve tornare a casa velocemente e la sua vita cambia bruscamente.

I mezzi si riducono ed Emma è costretta a trovarsi un lavoro. La madre entra in depressione e con essa subentra un decadimento fisico da cui non si solleverà più. D’accordo con il fratello, che nel frattempo si è stabilito a Londra come violinista nella Philarmonic Orchestra, vende le proprietà per poter proseguire gli studi e mantenere la madre ammalata.

Si diploma brillantemente e decide di andare a studiare legge a Bologna, nonostante le rimostranze della madre. In quella città vive un benestante amico del padre che le offre l’opportunità di lavoro presso la sua casa editrice. Emma si afferma negli studi e nel lavoro con grinta quasi ad ottenere una rivincita sulla vita che ha condizionato la sua giovinezza.

Una zia un po’ maligna, la madre incapace di reagire, il fratello ormai uscito dalla famiglia, soprattutto la perdita del padre sono le cause principali che conducono Emma ad acuire il proprio sistema di autodifesa e di controllo, trasformandola da ragazzina spensierata in donna quasi cinica.

Bella e attraente, tuttavia non si lascia mai travolgere dai corteggiatori. E’ sempre all’erta e anche quando si concede lo fa con la testa e non con il cuore. Si sposa con un giovane ingegnere, ma non riesce ad abbandonare per lui le proprie aspirazioni di affermazione professionale. Il forte desiderio di libertà, connaturato in lei come la bora della sua città natale, non la lascia mai.

E’ la storia di una donna incapace di dare amore, pur desiderandolo ardentemente. Travolta da un forte senso del dovere sul lavoro, dal desiderio di affermarsi nella carriera e nella vita, Emma attraversa gli anni più belli della sua vita in una sorta di lotta fra quello che vorrebbe essere e quello che di fatto riesce ad essere. Neppure l’amica Sonia, vista da Emma come un esempio inarrivabile, riesce a convincerla ad alzare il piede dall’acceleratore.

Sarà un finale inaspettato a modificare le cose, a smussare gli spigoli, a rigenerare il rapporto con il marito e con la propria vita.

 

L'antico cancello - La famiglia von Sonderburg

Il romanzo completa la trilogia della Famiglia von Sonderburg. Di seguito l'introduzione e commento della prof.ssa Gabriella Valera Gruber

 

Voci Narranti. Storie che attraversano vite, vite che attraversano la storia

E’ un romanzo strano quello che consegna al lettore Maria Luisa Grandi, un romanzo i cui personaggi raccontano storie che non vivono più, raccontano storie che non vivono ancora, come in una sorta di tempo sospeso pur nel suo farsi incalzante ad attraversare, con nuove storie, le loro vite.

 Noi li conosciamo solo un po’ alla volta attraverso i loro racconti, quasi fossero voci narranti che entrano ed escono dalla trama per farsi autori del loro stesso romanzo e di un dramma che li vuole tutti presenti in una abilmente costruita unità di tempo, spazio e azione il cui luogo è il mondo.

Su una delle “rive” di Trieste, affacciata ai profondi fondali che rendono possibile l’attraccaggio e la partenza dei transatlantici, “era immanente un dolore comune che attanagliava chi restava e chi partiva” (corsivo mio).

 Il romanzo comincia così con questo sentimento di condivisa immanenza, parola e concetto importanti come chiave del percorso. Li troviamo anche altrove nel libro; ma soprattutto ne troviamo la sostanza nel vissuto dei destini, aperti ma già segnati nel profondo da un passato che i ricordi comunicano appena, lasciandolo avvertire soprattutto come trauma non più detto nella esplicita (contingente) crudezza dei particolari e sollevato al livello di trauma collettivo latente in ogni movimento, nelle migrazioni e nei ritorni.

 “La nostra Sofia, disse Ferdinando a Valeria, parte come una regina. Per la durata del viaggio sarà ancora la contessa von Sonderburg”

 “Von Sonderburg”: quale storia reca in sé questo nome? Qui, nella prima pagina del libro, il lettore non lo sa ancora, se non per i brevi cenni posti a premessa. Ma viene attratto nell’atmosfera duplice di questo orgoglio che si intride di dolore e non tralascia di osservare le tante “persone in lacrime, lo sventolio dei fazzoletti che sembravano uno sciame di farfalle”.

 In realtà “anche Sofia partiva da emigrante”. Era salita a bordo della grande nave senza andarli a salutare sul ponte. Li aveva avvertiti che non lo avrebbe fatto.

 Così Ferdinando e Valeria, con “sul volto un’inusuale espressione”, e “l’ombra ambigua dell’accettazione”, si avviarono verso casa dove “il cancello era aperto, il viale di ippocastani ombreggiava il loro ritorno e la statua marmorea della Bora li accolse familiarmente” (corsivi miei).

 La casa dunque ancora accoglie; il “casato” ancora risuona; ma nulla salva dalla sensazione che sta accadendo qualcosa al di fuori da ogni usato pensiero e che la collocazione nel contraddittorio tempo dell’accettazione è ambigua, non ha sicurezze, pesa come un’ombra sul viaggio, sui molti viaggi da cui, in questo libro, si spera e si teme.

 Il viaggio di Sofia si compirà con il definitivo allontanamento dalla casa, con l’attracco sul molo di Ellis Island, dove, in modo speculare rispetto alla “riva” di Trieste, nuova sofferenza le si para davanti, inattesa, “inusuale” si potrebbe ripetere. E tuttavia l’ “America” appena intravista nella sua totale “ambiguità” di “Mondo nuovo”, le diventerà ben presto “casa”. Lontana la villa e il casato lei ripeterà di tanto in tanto i riti della memoria ma la scelta di un distacco che aveva voluto netto senza voltarsi indietro (anche scendendo dalla nave non aveva voluto gettare uno sguardo sulla cabina che per tanti giorni l’aveva ospitata) si conferma nell’ulteriore scelta di celebrare le nozze con Daniel a Boston, senza tornare in Italia. Le emozioni degli incontri con i parenti venuti ad accompagnarla in un passaggio così importante della sua vita la riportano ad un passato di affetti ormai lontani dalla cornice storica aristocratica di cui vengono ancora rivestiti. “Americani” sono i suoi nuovi amici, quelli a cui confida la gioia più grande, “americano” sarà suo figlio David, che avrà un destino “americano”.

 

Sofia non è la sola a compiere il gesto dell’addio. Il libro è intessuto di questi allontanamenti, decisioni prese in modo sofferto ma senza ripensamento. Piccole o grandi figure del distacco  rappresentano, nel loro quotidiano o con improvviso ritorno ad una remota radice, la complessa psicologia della transizione.

 La commovente figura di Zia Luigia dalla sua “scatola di latta” tira fuori una piccola eredità di affetti, lettere, ricordi di ogni genere, da affidare al nipote (rivisto dopo anni di lontananza) perché la distribuisca “un po’ a tutti” esprimendo così il suo addio alla vita, con quel senso di compimento che era anche dell’anziana Caterina: “Caterina si sedette sulla sua vecchia Bergère […]. Quanto tempo è passato! Due guerre, tanti lutti… ma anche rinascite. Quanti nipoti e pronipoti! Come sono diversi i giovani d’oggi. […]. Così pensando si appisolò con un senso di compiutezza”.

 Non hanno più tempo questi anziani per comprendere la complessità, e forse neppure vogliono, forse neppure ne sentono il bisogno nella convinzione d’avere percorso il loro cammino seguendo le vie della rettezza per generare valori.

 Altri, che compaiono sulla scena quasi all’improvviso e inaspettati per il lettore, rivelano realtà meno distese, vite irrisolte nel movimento della storia.

 Ferdinando ricorda come amico dei tempi della guerra il dott. Ferenc Molnar, lo cerca a Budapest con grande desiderio per offrirgli aiuto nella difficile contingenza dell’invasione sovietica, lo ritrova grazie alla posizione coperta nella diplomazia austriaca da suo figlio Francesco; il suo viaggio a Budapest, lui, un von Sonderburg, su uno sgangherato bus che porta i militanti del partito comunista italiano in Ungheria e il pranzo collettivo, in cui i due anziani amici si incontrano, si incuneano nel romanzo mostrando questo vecchio/nuovo mondo dove il compromesso sembra farsi beffe degli ideali e l’uno e l’altro perdono di dignità, perché non si riconoscono e i loro portatori non possano veramente rendersene conto.

Ferenc Molnar declina gli inviti dell’amico. Il distacco in lui è già avvenuto dal suo passato e dal suo presente: forse non sa né comprenderli né giudicarli. C’è qualcosa di declinante nella sua nuova identità di “nonno” che copre vecchi e nuovi traumi da cui non può realmente affrancarsi.

 Fino al trauma dei traumi, a un distacco mai compiuto completamente, che si impose e si impone con la violenza di nuove guerre.

 Daniel, il giovane ebreo che lasciò l’Europa e che mai dimenticò Sofia, incontrata al Prater, sembra, vivere ormai, giunto all’età matura, una serena condizione “americana”, ritrovata colei che aveva sempre ispirato la sua arte, divenuto pittore affermato, padre di un giovane pieno di talenti, accompagnato in tutto questo cambiamento dal rispetto dell’anziano padre, il signor Levi, che pure continua il suo legame tenace con il desiderio di una tradizione ebraica.

 Ma quando il figlio David gli manifesta la sua decisione di arruolarsi nell’esercito americano per combattere in Vietnam, la mai rimarginata ferita dell’esilio e della persecuzione nazista si fa sentire e rivendica l’antica identità perseguitata. “È colpa tua”, grida contro Sofia, “gli hai parlato sempre con troppa enfasi della tua famiglia, del senso dell’onore. Sono tempi passati, oggi non si può ragionare in questi termini. Ci vuole razionalità per vivere in questo nuovo mondo. Si può servire la patria anche in altri modi.Noi non siamo guerrieri, siamo il popolo del Libro” .  “Diventerete anche voi guerrieri”, risponde alzando la voce Sofia, “ora avete uno Stato da difendere” (corsivi miei).

 E’ il momento della crisi che attraversa la vita dei protagonisti: non semplice crisi fra persone che cessano di comprendersi, ma crisi fra modelli di civiltà che mostrano la loro “ambiguità”, il loro impossibile dominio, la loro impotenza, facendola esplodere nel gesto dell’offesa.

 Sofia rappresenta il mondo dell’onore, aristocratico e intessuto di valori, ma anche della razionalità dello Stato, che lei aveva conosciuto mentre si consolidava nel principio dell’aggressione e della difesa, senza forse comprendere che questo non nasceva dal grembo dei valori aristocratici.

 Daniel, figlio di una diversa separazione e di un diverso esodo, ha in sé la radice di un’altra tradizione, di un altro sentimento della patria e delle appartenenze. Egli pure non sa, o non può sapere, che la razionalità moderna in quel mondo nuovo, in cui vorrebbe realizzare i valori del popolo del Libro, è quella stessa razionalità dello Stato che Sofia gli getta dinanzi.

Maria Luisa Grandi non è una storica. Si fa spesso voce narrante, prendendo il sopravvento sui protagonisti del dramma, per dipingere quadri d’insieme, rappresentare contesti d’azione e note di costume, ricordare date ed eventi in cui la vicenda è collocata. Ciò che però costituisce la profondità e il pregio del suo romanzo è la capacità che ella mette in atto di seguire, con umiltà di narratrice, le vite delle sue creature. Ne condivide le gioie, le difficoltà; si fa carico sempre dei loro errori e delle loro responsabilità, del loro fardello di passioni, di trasalimenti, di ricordi e di smarrimenti.

Per questo forse uno dei tratti più genuini della sua narrativa sta nel suo osservare il lungo scorrere delle generazioni, senza perdere di vista né l’insieme né i singoli percorsi, analizzando con delicatezza di madre i moti delle anime nei momenti del cambiamento e i rapporti tra i “vecchi” (c’è sempre nelle sue pagine un momento in cui un genitore, che ha pazientemente costruito il suo rapporto con il figlio, pur essendo ancor giovane si sente  all’improvviso vecchio) e i “giovani”.

 Qui, ne “L’antico cancello”, sono appunto i più giovani “von Sonderburg” (in verità non sempre propriamente tali, ma comunque legati alla famiglia, per adozione, come Nicola, o per via materna, come David) che devono accompagnare i percorsi storici da un mondo “antico” a un “mondo nuovo”: essi ne pagano i prezzi più alti, mentre i genitori rimangono sorpresi; non sempre possono capire, sempre amano, sorreggono e perdonano, per quei valori della famiglia che li hanno guidati dall’antico ceppo e dall’antico luogo ˗ l’Europa rappresentata dal rapporto asburgico fra Vienna e Trieste ˗ alla dispersione dei luoghi in cui il modificarsi delle relazioni internazionali e della crescita economica li ha spesso dislocati.

 David, il cugino americano, anzi l’“Americano”, mandato in viaggio premio a conoscere Trieste, scopre il mondo antico dell’Europa, sente parlare dell’impero asburgico come di cosa a lui sconosciuta, attraversa l’ “antico” cancello della villa di Scorcola, soglia simbolica verso un passato di cui avverte il fascino, come fosse entrato in un museo da rispettare. Non dimenticherà questo viaggio, di cui, però, soprattutto ricorderà i momenti marini, quelli trascorsi a Miramare, gareggiando con la cugina Elena; e i giochi e l’ardore.

 Forse con altri giochi in altri spazi e con più aristocratiche e meno libere gare nelle generazioni precedenti altri cugini von Sonderburg avevano fatto germogliare i loro giovani amori.

 David attraverserà i cieli di Roma in aereo, senza fermarsi nella città eterna. Gli sembra di perdere una grande occasione, ma non si sofferma più di tanto su questo pensiero. E’ pronto a tornare al suo destino americano, sta già riflettendo sulla realtà del suo paese, ha già segnato nel suo animo l’esperienza vissuta da fanciullo (aveva solo nove anni) dell’assassinio di Kennedy, prepara in cuor suo la decisione di arruolarsi.

Sarà una decisione coraggiosa; non più di quella, però, che prenderà al suo ritorno.

 Scampato alla morte vivrà una storia sincera di amicizia e di cameratismo con il compagno Robert (Bob) Brown, un bravo ragazzo di colore.

“L’aveva conosciuto durante l’addestramento in Nevada ed erano diventati amici. Gli piaceva la semplicità dei modi e la generosità con cui intratteneva i rapporti di amicizia. Il padre gestiva un distributore di carburante in Alabama ed era riuscito a farlo studiare non senza sacrifici. Brown era consapevole di questi sacrifici sostenuti dalla famiglia affinché potesse farsi strada e non restare a far benzina alle automobili di passaggio. Contava di andare all’università, era attratto dalla tecnologia, dai primi grandi calcolatori, gli sarebbe piaciuto entrare in IBM. La madre si occupava della casa e della sorellina, nata, forse per caso, ben dieci anni dopo di lui”.

 Questa la sua storia possibile, come quelle di tanti altri ragazzi di quel tempo, di quell’America.

 Invece la guerra, la perdita delle gambe. Solo grazie all’amicizia di David e all’ospitalità a Boston nella casa di Sofia von Sonderburg Levi (affratellarsi di cognomi, di tradizioni e di storie), che nel figlio aveva rivisto se stessa aiutare i reduci dalla Russia, diventano possibili per Robert Brown gli studi universitari e una vita pacificata.

 D’altra parte, di nuovo a casa, David “si mise a far ordine nella sua stanza”, ma, suggerisce il racconto, soprattutto nei suoi pensieri: “Gli si era rovesciato lo schema che aveva dato per scontato: gli americani non erano liberatori di un popolo oppresso ma oppressori di un popolo che voleva essere libero di scegliere il proprio futuro”.

 Da qui dunque, da una messa in discussione dell’ideale per cui aveva combattuto, dalle incertezze del mondo “nuovo” doveva ripartire: quale scelta più impegnativa?

 Ma è forse nella storia di Nicola, il figlio di Loretta, divenuta “contessa von Sonderburg” sposando  Francesco nella casa della “nonna Caterina”, che Maria Luisa Grandi riversa con più intensità l’amore della madre che crea la sua creatura letteraria.

 Forse perché quel bambino, di cui si apprende immediatamente la condizione di adottato, di cui si avverte il disagio in un ambiente non suo, che ha sofferto l’assenza di un padre presto mitizzato mutandone gli aspetti negativi ed atroci in segni di nobiltà e di lealtà, quel bambino che più di ogni altro ha l’anima segnata dalla crudezza delle guerre civili, deve essere scrutato nella sua crescita, nelle sue ribellioni di adolescente, nelle sue scelte di verità e più di ogni altro personaggio del libro è in mezzo a un guado, in tensione fra psicologie e ideologie diverse.

 A loro modo gli altri giovani che circondano Nicola negli ambienti delle nuove sinistre della fine degli anni 60, pagano tutti un prezzo alto nell’emergere vorticoso del mondo nuovo. Il fascino dell’America e la sua contestazione come modello economico e sociale convivono. I vari Berto, Lucia, Mirta, sono vittime di un distacco e di un inganno. Hanno lasciato la sicurezza della vita borghese, senza poter scegliere definitivamente, perché li conoscono solo in modo astratto e senza profondità di passato, o forse perché non sono neppure disponibili, valori diversi: le loro tradizioni familiari sono inquinate dalla ricerca del benessere e dei consumi.

 

Nicola è diverso: egli ha respirato, con tutte le sue contraddizioni l’aria della tradizione von Sonderburg.

 Siamo nella casa di “Nonna Caterina”, che sta per lasciare nel cuore di coloro che ha amato e che l’hanno rispettata con filiale ma anche aristocratico rispetto, il terribile vuoto della morte. “Se la nonna mancherà sarà la fine di un mito!” dice uno dei pronipoti. “La fine di un mondo” aggiunge Nicola. “La contessa madre […] era per me l’emblema di un’epoca che non ho conosciuto direttamente, ma della quale ho sentito tanto parlare. L’atmosfera stessa della villa parla da sé, ne sono sempre stato affascinato. Se non fossi vissuto in questa famiglia non avrei mai saputo il significato profondo della parola aristocrazia. Quella dell’animo intendo, della buona educazione, dell’autorevolezza. Quella che mette a proprio agio chiunque seppur con un filo di distacco. Mi piacerebbe assomigliarle, ma non credo che ci riuscirò. Bolle in me qualcosa di sconosciuto che a lei sembrerebbe certamente rivoluzionario. Non la dimenticherò mai. […] So che avrebbe voluto insegnarmi ancora molto…”.

Ci volle un gesto affettuoso, aggiunge l’autrice, per riportare alla vita quell’ “attimo di immobilità”.

 Nulla però rimane immobile. La storia di Nicola si dipana fra scelte e ripensamenti, in un continuo dialogo con se stesso, nella sfida verso la sua natura riflessiva e filosofica, nello sforzo di adeguarsi a un mondo che poteva apparirgli migliore di quello da cui proveniva per nuovi ideali che lo affascinavano, ma doveva poi ripresentarglisi in tutta la sua “ambiguità”, nella ingenua ricerca di relazioni d’amicizia e d’amore.

 In uno dei capitoli forse più belli del libro egli diventa la vera voce narrante della nuova storia. Per recarsi nella casa della compagna Mirta, dopo una infuocata assemblea studentesca, attraversa la Milano ricca, dove si prepara la grande serata della prova generale alla Scala, e la Milano povera, dei navigli. Viene preso dal fascino di quella notte, delle luci che “sembrano giocare intorno alle guglie della cattedrale”, della “magia del gotico che allunga le forme verso il cielo, verso Dio”; ricorda Vienna; poi incontra i sordi rumori della protesta giovanile, gli sembra un “ridicola guerriglia”. Cammina e riflette, cammina e parla a se stesso dei suoi ideali, tanto diversi da quelli di quei “ragazzini esagitati che avrebbero potuto arrecare tanto danno al movimento”. Giunto presso la grande Darsena ormai dismessa dei Navigli ricorda (l’autrice e la sua creatura qui coincidono per voce e pensiero) che “per secoli quella via d’acqua era stata l’autostrada che conduceva a Milano, di là passavano le derrate alimentari, la legna da ardere, e ogni genere di merci necessarie alla vita di una grande città”. Vede ai lati le case “della Milano povera, dei veri milanesi operosi, con spiccato senso del lavoro e della famiglia”. “Così pensando”, aggiunge l’autrice, con un movimento della scrittura che le è caratteristico quando vuole trasferire nel suo personaggio riflessioni, emozioni e pensieri che riempiono la sua mente e la sua anima mentre ne segue i cammini, “si avviò lungo l’Alzaia Naviglio Grande”. Lì “c’erano alcune barche piene di materiali che sembravano abbandonate. Tutto gli dava l’impressione di una imminente fine. Botteghe chiuse, portoni sprangati, poca acqua nel canale, sporchissima, nessun segno di laboriosità, uno spettacolo deprimente. ‘Penseremo anche ai Navigli’ si disse allora convinto Nicola”.

 Così Nicola racconta una storia passata e una storia futura. Attratto in un gioco più grande di lui ripete errori, simili per gravità di conseguenze ma anche per purezza di ideale e difficili condizioni di scelta, già commessi dallo zio Carlo, infliggendo profonde ferite alla famiglia che lo aveva amato.

 Francesco aveva fatto di tutto per essergli padre, e continuerà ad appoggiarlo anche nel momento della disgrazia. Loretta, gli era stata mamma e madre.

 “Si diventa madri quando s’impara a tacere anche se la verità bussa. Quanto è difficile non essere più mamma”, aveva mormorato fra sé quando Nicola aveva riaffermato con la determinazione e la durezza di un ragazzo che cresce la sua voglia di autonomia. “Avrebbe voluto accompagnare il figlio [che partiva per Firenze] alla stazione, ma non lo fece. La sera prima Nicola salutò tutti. Dette un bacio ai fratelli, dicendo loro che sarebbe tornato presto per giocare assieme, il padre lo abbracciò con forza per trasmettergli energia […] Al mattino presto Nicola uscì di casa. Loretta, ancora in camicia da notte, si precipitò alla finestra. Lo guardò allontanarsi con passo svelto. Sperò che il figlio si voltasse per un ultimo saluto alla mamma”. Ma Nicola “non lo fece”.

 Come Sofia all’inizio del libro: figure degli addii e del distacco.

 E’ la storia che intreccia i destini e li divide, è la storia che sospinge ma anche interroga. I personaggi messi in scena da Maria Luisa Grandi sono chiamati sempre a rispondere.

 

Mentre “la luna nera, che di nascosto spia il mondo” accompagnava un tratto breve ma decisivo del suo cammino, Nicola “guardò in alto” e “imperiale si presentò ai suoi occhi il cielo nero e stellato, luce inarrivabile, sogno eterno, misterioso scuro mantello”.  A quel cielo forse doveva rispondere. Ma non poté.

Così, fra senso del mistero e tensione di riscatto egli compie l’opera che si era proposto; solo dopo, quando già si fa giorno e neppure il pregno silenzio della notte colma la solitudine intorno a lui e la luce comincia a rischiarare “la collina ignara”, piange “con fiotti di lacrime calde e salate” mentre assiste “alla fine della sua giovinezza”.

 Sono pagine molto dense e di intensa poesia quelle da cui derivano questi cenni di citazione. Sono anche il momento culminante di una riflessione che, attraversando la psicologia dei suoi personaggi, Maria Luisa Grandi, vivendo con loro gli anni della “loro” storia (quasi non dipendessero dalla sua sapiente penna) compie sui grandi temi della libertà e del perdono, dell’amore e della responsabilità.

 La fine della giovinezza di Nicola è la fine di un sogno? Quale potrà mai esserne il valore se il suo prezzo è il pianto? Qual è la soglia che separa le generazioni, e quale quella che divide epoche e mondi?

 Il libro apre su queste domande proprio mentre l’ “antico cancello” della villa nobiliare di Scorcola viene chiuso dalla mano di Ferdinando non senza avere opposto “fiera resistenza”.

 Il lettore viene lasciato fuori da questa soglia, col desiderio di ritornare in quegli spazi cui ora essa sbarra l’accesso, per capire meglio ciò che li abitava, proprio come Nicola aveva voluto fare nel giorno della morte della contessa, quando l’orgoglio del casato e la presenza di una tradizione compatta di famiglia si era fatta palpabile nella commozione di tutti; e per capire come percorrere le vie diverse lungo le quali si sono mossi quelli che sono diventati, nel corso del racconto, anche suoi compagni di viaggio. 

 Forse questo romanzo non doveva concludersi, come pure lo conclude l’autrice, con la parola di scena “FINE”, ma con le parole della vita, quelle che Nonna Caterina, contessa Caterina von Sonderburg, continuava a ripetere ai suoi nipoti e che Sofia aveva custodito nel suo cuore: “il passato non deve essere un vincolo alla ricerca di una nuova vita”. E la generosa esperienza della tradizione, che l’autrice tenacemente rivendica ad alcuni dei suoi personaggi più amati, non deve sbarrare la strada, di generazione in generazione, verso la ricerca altrettanto sofferta del Mondo Nuovo.

 

Gabriella Valera Gruber

 Professore di Storia e Critica della Storiografia

Direttore del Centro Internazionale di Studi e Documentazione per la cultura giovanile

 

Dipartimento di Studi Umanistici  -  Università di Trieste