Petali - Il canto della natura

Nel novembre del 2015 è uscito il mio primo libro di poesie edito da Hammerle Editori in Trieste.

Contiene poesie e brevi racconti che evidenziano il mio grande amore per la natura e ben si accordano con il sottotilo. Mi leggerete nel cuore.

Di seguito riporto nell'ordine le prefazioni di Marina Silvestri e Gabriella Valera e alcune poesie,  forse quelle che sento più vicine.

 

Il cuore antico di Maria Luisa

       Cara Maria Luisa,

la tua scrittura ha un procedere piano e coinvolgente, fa riassaporarne squarci di armonia e a volte riaffiorare antichi dolori silenti. Trasmetti con parole semplici stati d’animo dai più dimenticati, o sfiorati con paura, forse rimossi con vergogna, temendo i luoghi comuni della poesia che invece tu affronti e risolvi con semplicità creando echi e legami. Eppure tutto è solenne, come in un cantico. Il vento e il cielo stellato. Ogni presenza è incanto. Restituisci l’emozione del tuo sguardo che è desiderio e proiezione amorosa verso la natura conosciuta,  ma non di meno verso l’ignoto.

      Il fiabesco è per te la chiave per andare oltre la superfice del reale, verso quelle verità superiori che i bambini immediatamente afferrano con il cuore. Il tuo è un universo che si nutre di più culture, che recupera il sentire romantico tedesco e il legame forte con la terra del mondo slavo. Le generazioni e la memoria plurale sono lo specchio della tua identità.

      Il Carso e i suoi contrasti fanno parte di te, descrivi la commozione di chi ne conosce ogni sfumatura, ogni stagione, ogni suono, ogni odore, ogni creatura che lo popola. Gli incontri con gli animali sono momenti epifanici. Quelli di casa che hai amato e ami, le loro abitudini, l’intelligenza e l’empatia, ci fai partecipi dello strazio dei distacchi e del commiato, del ricordo in cui continuano a vivere e a rimanere per sempre ‘accoccolati’ nel tuo cuore; Neretto, Benjamin, Dusha, i gatti e i cani, e Bledo, lo splendido cavallo che ti è stato compagno di escursioni per ventidue anni. Mentre degli animali selvatici ti attrae la bellezza, la fierezza, la fragilità, il mistero: la cerva, la cinghialetta, le volpi, i lupi, le vipere; ti intenerisci e trepidi per il falco e per la rondine.

       Racconti di quando e con quale animo e vigile curiosità hai perlustrato boscaglie e radure, steppe e doline, e ti sei immersa nella profondità del mare, spinta della stessa pulsione, dallo stesso richiamo; esperienze che non molti hanno vissuto, e non sicuramente con l’intensità di cui ci trasmetti i segni. Con queste pagine domestiche, delicate e intense, sveli alla città un entroterra trasfigurato.

                                                                                                                            Marina Silvestri

 

 

“Senza iniziare mai più un ritorno”. Lettera a un’amica sulla poesia e l’amore

Cara Isa,

ero tentata di iniziare questa mia lettera chiamandoti cara “nonna Isa”, colpita da quel gruppo di poesie, dedicate ai tuoi nipotini, che tu accuratamente firmi: la nonna.

Il lettore le trova in successione, più o meno al centro della sezione del libro riservata ai testi poetici , quasi volessero imporsi in un unico respiro, in un grande abbraccio che accoglie, in un unico girotondo di gioia e di pace, sotto il segno del tempo benedetto della vita, che nasce e si riproduce, attraversa le vie del cuore e trasforma il suo gesto in opera, arte, lavoro.

 Nonni e nipoti

Non guardarmi sbalordito / […] tu sei me,/ […] il tuo morbido polso/ sorreggerà l’armonia del vivere/ […] Toccami con la mano il viso/ così rivedrò me bambina.

Per la nascita di Riccardo

Benvenuto nel sole e nelle stelle/ […] benvenuto in questo mondo pazzo e bello/ benvenuto fra le braccia della nonna.

Per Caterina

Cerca, cerca Caterina/ che la gioia abita qui.

Per Federico (che così spesso ha “voglia di grande musica”)

Che tu possa scoprire i tuoi talenti/ in tempo per farne arte e lavoro.

E ancora Riccardo

Ci guardiamo,/ spicchi un salto,/ cercando il mio abbraccio./ Appoggiato al mio cuore,/ aspetti la solita carezza tra i capelli/ e la mia voce./ Come faceva mio padre con me,/ ti metto le mani sul capo./ Un gesto antico, la Benedizione./ Mi guardi,/ ritrovo la gioia.

Infine arriva anche la prima carezza, “la delicata tremante carezza” di una mano che si avvicina al viso, mentre il sorriso di un angioletto non nasconde uno sguardo fermo “di volontà già in essere”, a rendere tutto fragile e duraturo, tremante e sconosciuto, come per la rinnovata scoperta di un patto generazionale che solo l’amore può siglare.

Non so quanto tu ne sia consapevole (perché il poeta non è sempre consapevole di quanto dona e del modo in cui lo fa) del fatto che proprio questo gruppo di testi, lungi dall’essere una concessione all’emozione privata, rivela tratti essenziali della tua poesia.

Quella mano che Benedice (e ripeto la lettera maiuscola che tu hai usato per la parola Benedizione), in continuità con il gesto del padre, impegna proprio lì, nell’affanno di un abbraccio senza risparmio, al rispetto sacro della vita, al lavoro e all’arte attraverso cui compiere i “talenti”: impegna al lavoro, esso stesso benedetto, come nella poesia “Il tiglio”, dove si parla del lavoro benedetto delle api quasi che questa benedizione del lavoro fosse propria del creato e delle sue creature; impegna all’arte, che del creato e delle sue creature è il continuo canto.

Ecco allora che nella figura così dolce, così fragile e forte della Nonna, che aspetta una carezza per ritrovarsi bambina, che benedice nel ricordo del padre, che rievoca le ninne nanne (nella poesia che immediatamente precede quelle dedicate ai nipotini) e accoglie materna ripetendo il canto di una madre (Canto la tua canzone, mamma,/ che ora è la mia/ e diventerà/ quella di mia figlia: “Non ti scordar di me”) si racchiude un mondo, uno stile di vita e di pensiero, diventato in Maria Luisa Grandi (scusami ma non mi va più di rivolgermi a te come amica: ora sei il poeta che mi commuove) gesto: sensibile, appassionato, ampio e protettivo.

Proteggere è delle madri.

Non so se in un libro di poesie si possa dire quale di tutte è la più bella. In un libro c’è una coerenza che lo fa testo nel suo complesso, al di là della singolarità dei singoli testi che lo compongono. Questi sono testimonianze in un certo senso caduche di momenti, passaggi; ma nel libro diventano tracce non più cancellabili, sempre rinnovate di senso.

Se si potesse direi che nella poesia “I figli” la sintesi materna e femminile di amore e dolore, di grandezza e desolazione è magistralmente espressa e non lascia spazio al lettore per distrazione o commento:

Il fazzoletto nero,/ l’incarnato bruciato da sole e vento/ spesso la mano sul ventre/ per protezione […] Quel benedetto figlio,/ che sembra sempre il primo,/ tanto è amato,/ anche se non desiderato./

A volte lui se ne va con gli angeli.

Lei, dolente se ne va nella conigliera, si accuccia nella luce che entra a fatica,

con le mani sostiene quel vuoto/ che ha dentro,/ che la tortura./[…] Piange e si strappa i capelli,/[…] Deve dimenticare quel vuoto che non ha potuto proteggere abbastanza.

Non è la mano di un bimbo che sia avvicina per una carezza, ma la tenera istintiva solidarietà degli animali che addolciscono con la fisicità della sensazione quella desolazione vuota.

E torna, il “vuoto” nella poesia che immediatamente segue (con quale scelta sono inserite le poesie nel libro? Talora ci si domanda se si tatti di una scelta voluta o semplicemente istintiva o entrambe le cose insieme, come sempre la poesia è istinto e scelta, si impone e viene accolta/cercata nelle pieghe dei giorni e dei ricordi).

Si intitola “La memoria” (contrappunto forse del precedente “deve dimenticare il vuoto”.

Vado incontro al vuoto,/ […]cado nella trasparenza dell’acqua/[…] l’ultimo respiro non torna,/ si perde nella prima ninna nanna…/ la voce della mamma.

Rovesciata la situazione, un’altra mamma che non ha potuto proteggere lascia il vuoto incolmabile di una memoria difficile.

Lo riempie un dialogo (“Il dialogo”) in cui Mamma e Figlia sembrano ridiventare una sola persona quando, nel giardino delle rose, si parlano e sembrano concedere l’una all’altra, con voce indistinta, un riposo che è sostanza di vita:

Le rose si abbarbicano con pungente invadenza,/ perché io sono fra i loro petali e le loro spine./ Io sono con i nostri fiori./ Vicina a me tu riposi.

 

C’è un “giardino inquieto” nella poesia di Maria Luisa Grandi, dove si odono i richiami (“ La via Lattea”), luogo naturale di fuga e raccoglimento (“Dalle 14 alle 16”) , figura di uno stare nel mondo sempre in attesa e in ascolto (“Il deserto” dove colpisce il climax ascolta ama vivi), quasi che le voci del creato e delle sue creature accompagnassero costantemente il cammino (La grande ombra era sopra di me, mi aveva accompagnato silenziosa e vigile per tutto il percorso della vita: “Il Barbagianni”), verso un oltre che è costituito dai “nostri misteri” (“Oltre la dolina”) con domande che ci rivelano (al mare vanno le mie domande, a lui mi rivelo: “Mare”).

E c’è un gesto che non sempre può recuperare la distanza: fra l’uomo e la natura, fra la bellezza della natura e la desolante realtà delle ferite che ad essa vengono inferte.

Così nella poesia “Mare” quelle madrepore che perdono il loro smagliante splendore tolte al loro naturale habitat sembrano accennare a qualcosa di molto più grande, a una separatezza tra l’uomo e la Sua Stessa natura, che cambia il senso del tempo, inficia i rapporti, distrugge quell’ordine naturale delle generazioni e delle stagioni che nella vita di Maria Luisa Grandi si è fatto poesia.

Ci sono quindi le poesie della rabbia e dell’indignazione: lodando il tempo antico recuperano il giusto tocco là dove esprimono con intelligente ironia la strana nostra condizione di persone immerse in un susseguirsi di atti quotidiani persi nella “stanchezza universale” della demenza che danza vaga a insinuarsi nei corpi di pezza, negli animi piegati consunti dalla modernità (“La demenza”, ma anche con felice autoironia “La fretta”).

C’è soprattutto il gesto dell’arte.

L’arte avvolge la poesia di Maria Luisa Grandi nel solo abbraccio che ancora può contenerla, fatto di emozioni trascoloranti l’una nell’altra: l’istante felice dell’impressionista vagabondo (“Il quadro”) la rapisce, la fa oscillare “tra occhio e verbo in agili danze”. Non si sa mai se sia musica o visione, se sia parola o movimento quello che mette in scena le emozioni, non si sa se vi sia uno spazio del cuore o uno scenario irrappresentabile per le sue dimensioni infinite (L’attimo dell’infinito non mi stava negli occhi: “Amore grande”)

suono filante/ tondo, sofferente […]. La brezza mi invitò al suo tavolo[…] Salii su un onda che,/ complice/ mi strappò dal quotidiano[…]  felicemente in braccio alla lontananza. […] creatura fluttuante,/ commossa,/ nelle mani di una sola nota,/ che mi avrebbe consegnato ad altre/ ed altre ancora/ senza iniziare mai più un ritorno (“Saint-Saëns”)

Lei stessa dipinge e canta: tocchi di colore riempiono le sue poesie (il gatto dagli occhi gialli come la rosa, la rosa madida di pioggia dopo una ultima notte d’amore); ma soprattutto popolano i suoi versi figure indimenticabili.

Indimenticabile la figura dell’impressionista vagabondo con il suo “capriccio d’acchiappar la luce”, indimenticabile la fanciulla vittima della Shari’a che avrebbe voluto sentire il vento fra i capelli: il suo sguardo è così grande che gli occhi scuri non possono contenerlo. O l’uomo seduto sulla panchina con le mani appoggiate sulle ginocchia, che cerca un pensiero da ricordare, uno solo nella vita. E il suo Benjamin, che l’ha lasciata e sta accucciato per sempre in un angolo del suo cuore

Ma soprattutto indimenticabile è lei, la regina.

La figura sottile della falciatrice era “incastonata” nel paesaggio, quasi un “disegno a china”. La poesia invece è tutta piena del suo movimento ampio, cadenzato, elegante:

Signora potessi dipingere ciò che vedo! / La regina parlò / Dio sia con te/ Con voi, risposi/

respirando l’ampiezza di quell’antico saluto (“Carnia antica”).

 

L’arte per Maria Luisa Grandi non può essere senza questa umanità “antica”, questo operare che si compie nel gesto e nel giorno.

Anche all’impressionista vagabondo, felice della sua opera, e al poeta, di fronte a una realtà claudicante “di nuovo si spezzerà il cuore”.

La percezione della precarietà, dell’incompiuto non viene meno se non di fronte alla pienezza di un “antico” che forse, nel valore simbolico che tu gli attribuisci, Isa, non è mai esistito, e rappresenta piuttosto la proiezione di un nostro desiderio.

Ci rimangono le solitudini come spazio di raccoglimento e di riflessione fino alla solitudine ultima, quando intrecciamo la nostra mano a quella di chi esala l’ultimo respiro, due solitudini che se ne vanno in spazi di mondo diversi (“Soli”).

Ci rimangono le stagioni che attraversiamo. E anche tu Isa rifletti su questo senso di compiutezza/incompiutezza, così intrinseco al pensiero delle opere e dei giorni (un topos classico della nostra cultura):

non ho più argilla per terminare l’opera,/ mi sento anch’io incompiuta (“Stagioni”).

Ma aspetti fiduciosamente l’arcobaleno e ti affidi al cuore.

Perché così fanno le madri. La loro giovinezza è sempre lì: nel loro abbraccio, nel loro donarsi a un figlio, chiunque sia, sia anche “un bimbo di allora” da entusiasmare con la forza di chi la vita l’ha vissuta e continua a viverla in tutte le sue sfumature, in tutti i suoi respiri.

Gabriella Valera

 

 

 

 

I figli

Il fazzoletto nero,

l’incarnato bruciato da sole e vento,

spesso la mano sul ventre,

per protezione,

l’altra a portar pesi,

troppi,

troppi per quel fardello delicato,

che non deve nascere prima.

Quel benedetto figlio,

che sembra sempre essere il primo,

tanto è amato,

anche se non desiderato.

A volte lui se ne va con gli angeli

e lei dolente, nel corpo e nell’anima,

cerca rifugio nella conigliera,

una casetta piccola,

fatta su misura per una madre

minuta e secca.

Il sole vi entra a quadratini

attraverso i mattoni della finestra.

Lei si accuccia,

con le mani sostiene quel vuoto che ha dentro,

che la tortura.

Sembra voglia risucchiarla.

Respira l’odore di tana tiepida,

di calce vecchia.

Là piange e si strappa i capelli,

mentre i conigli uno ad uno lasciano la cuccia

e le si mettono in grembo.

Hanno l’espressione timida e curiosa,

con le orecchie ritte e il naso tremante

si strofinano sul suo volto.

Offrono quello che hanno,

fiducia, affetto e un po’ di coraggio.

Lei deve dimenticare quel vuoto,

che non ha potuto proteggere abbastanza

 

Il tiglio

Seduta sotto il maestoso tiglio in fiore,

respiro il profumo di nettare e miele

e ascolto il semplice ronzio del paziente lavoro

delle api.

Sono migliaia,

a loro si apre il vecchio tiglio,

anche a me tende le sue poderose braccia.

Quanto entusiasmo, quanta energia

in questo dare e ricevere.

Quanta sana generosità

esprime questo lavoro benedetto!

Pensare che poco fa ero stanca,

stanca di una fatica senza inizio e senza fine,

che, quasi, già strisciava in me.

Ora, sotto questo monumento di vita,

sono presa dall’incanto di queste operose

beneauguranti api.

zzzzzz risuonano all’orecchio le aluccie,

sono piene di polline le cestelle

che con fatica le api portano a casa.

Osserviamo con cura la natura,

la sua perfetta sinergia e ci verrà dato tanto.

 

 

Il barbagianni

Camminavo con i miei pensieri,

quelli che non sono né belli né brutti,

ma si ostinano a stare con me,

nel tempo diventano un po' parassiti,

non fanno né bene né male.

Tra albe e tramonti

mutano insieme a me.

Passeggiavo annoiata,

aspettando il solito amato segno di vita

che il bosco non manca mai di offrirmi.

Ecco, un alito sul collo,

una presenza intorno a me misteriosa e vicina,

il silenzio non più tanto silenzioso,

una corresponsione ineffabile di vita,

ancora i sospiri ritmici e soavi.

Cominciai a respirare con essi

e così avanti per un pezzo di sogno

fino alla radura baciata dalla luna.

Il lieve respiro si avvicinò,

l'orecchio lo avvertì chiaramente

e pulsò assieme al mio cuore.

Immobile, aspettavo l'attimo

in cui anche l'occhio avrebbe avuto il suo.

La grande ombra era sopra di me,

mi aveva accompagnato per tutto il percorso della vita,

non solo in quel sentiero verso il regno della luna.

Il barbagianni era qui con me,

nessuno lo sente mai,

nessuno lo vede mai,

io ero con lui, molto vicino.

Sentivo l'accogliente profumo delle sue piume e del suo nido,

ascoltavo il suo soffice canto,

il suo sospiro di malinconia.

Era il suo canto d'amore.

La via lattea

Finalmente ti ho ritrovata.

Ormai non ti cercavo più.

Scorrevo le stelle, ma tu eri scomparsa.

Il tuo chiarore soffuso non mi indicava più la via

per raggiungere la casa del cuore,

che batte assieme all'universo

e lava gli aneliti umani.

Ma questa notte ti sei nuovamente svelata.

Ho sentito il tuo richiamo,

sono uscita nel giardino inquieto.

La luna nera, non vista, osservava faceta il tripudio di stelle che,

in mille bagliori, mi indicavano la via.

Carnia antica

Era lì,

incastonata appena sotto le rocce,

come disegno a china.

La sottile figura si stagliava,

si scollava,

si riprendeva

con movenze elastiche,

come in una danza,

indomita,

energica,

il volto madido,

le braccia tese a chiudere l’abbraccio

della micidiale falciata.

Procedeva con movimenti cadenzati,

con piegamenti armoniosi della schiena,

che dondolava eretta e piegata,

aiutando le braccia e prender slancio.

Il capo era avvolto nel fazzoletto nero

luminosamente arioso e vivo,

le cui lunghe frange di seta

oscillavano ritmicamente.

Udivo il loro frinire.

Con ammirazione e rispetto

mi avvicinai a lei.

Perfettamente equilibrata, fluida

pose le braccia sulla falce e si fermò.

«Signora, potessi dipingere ciò che vedo!»

La regina parlò

«Dio sia con te».

«Con voi», risposi,

respirando l’ampiezza di quell’antico saluto.

 

Donne lontane

Derubata della chioma

non le rimaneva che lo sguardo immenso,

più grande dei suoi occhi neri,

che a stento lo contenevano.

In quel profondo scuro assoluto,

preda di pudore,

in fuga affannosa,

essi lanciavano baleni febbrili,

premonitori,

disperati,

che andavano a fracassarsi

contro il muro umano della

Shari’a.

Era andata alla fonte senza velo,

desiderava sentire il vento nei capelli,

aveva esaudito un suo desiderio.

Invece di acqua trovò uomini crudeli.

Sotto una luna diversa,

sotto un altro sole

altri uomini le avrebbero chiesto di scioglierli

per poterli accarezzare.

 

Giorno dopo giorno

Ecco il mio nuovo libro di poesie uscito in novembre 2018 edito da Hammerle.

La prefazione è stata predisposta ancora, come per Petali, dall'amica prof.ssa Gabriella Valera Gruber, profonda conoscitrice dello spirito poetico, critica competente e attenta nel cogliere l'ispirazione dell'autore.

 

IL RICHIAMO

L’indefinibile incanto del creato nella poesia di Maria Luisa Grandi

 

 

Semplice ed elegante, preziosa ma non ricercata ci invita la poesia di Maria Luisa Grandi ad entrare  in uno spazio di riflessione tutto particolare, di memorie e sogni: uno spazio ampio, luminoso pennellato dall’avvicendarsi delle notti e delle albe, percorso dal respiro di maree e venti, abitato dalla montagna, memore di passati inconfessabili, di percorsi umani lievi eppure pregni di significati e incontri.

 

C’è la vecchina che “parea di nebbia”, “passo incorporeo”, reca i segni di una vita “mite” e di una luce antica (La vecchina) o l’uomo in ambulanza: per un attimo la guarda “bello come il sole” nella nudità del suo desiderio d’esser ricordato; solo un ricordo, testimonianza del suo esistere (Empatia). C’è Gabriella, il suo cappellino che occhieggia, la sua “felicità” intuita come un dono: “E’ sempre felice, osai pensare”.

C’è la “straniera” che proprio come “straniera”, si percepisce nel linguaggio della Grandi, dovrebbe avere la sua dignità riconosciuta: dolente per quel pane diverso, ella immagina figli non più stranieri, né chiusi nella gabbia delle nostalgie di ormai dimenticate origini lontane (Migranti).

 

Collocata fra due brevi poesie che sono inno alla gioia e ringraziamento per essere stati toccati dalla grazia della bellezza e dell’amore, la poesia Migranti  rivela al lettore, già verso la fine del libro, la molteplice dimensione di uno sguardo che su tutto e tutti si posa: pacato, empatico, compassionevole, emozionato nella condivisione di felicità, dolori, storici abbandoni.

 

La poesia di Maria Luisa Grandi è brulicante di vita.

 

Il tempo lontano della sua infanzia è un altro tempo, rimpianto, perché forse le sembrava migliore: un modo di vivere raccolto e naturale intorno al valore umano e sociale della famiglia, già celebrato dall’autrice nelle sue opere in prosa.

 

In questo suo “Giorno dopo giorno” la fascinazione del Passato che si fa “Antico” pervade anche il linguaggio: l’ uso di parole colte, dell’apocope finale (caratteristica a partire dal Petrarca) dà ai versi, sciolti dal vincolo sillabico ma spesso sottolineati con qualche rima, un’armonia e un equilibrio interiori.

 

Il linguaggio sembra modellato sui contorni di ciò che ci rappresenta:

 

Sotto la volta di mattoni, / seduta sulla lustra pietra,/ mi sovvien l’odore/ della cucina avita./ Il camino scotta,/ dentro rosseggia allegro/ il ciocco./ […] Così, tra il vero e il falso,/ raccolgo i miei ricordi/e vago./ Piano mi monta dentro/ lo struggimento amaro/ per riportare in vita/ ciò che resta/ della dimensione antica (Passato).

 

Di tempo è intrisa tutta la poesia di Maria Luisa Grandi. Il tempo dell’infanzia è anche un tempo mitico, costruito con l’ipostatizzazione di alcune figure chiave del suo immaginario di ricordi

 

Sciaborda l’onda/ sulla spiaggia grigia./ La bimba bella/ nel cuore porta/ il ricordo vivo/ di profumati cesti/ colmi di sabbiosi gusci/ ormai vuoti/ dell’antico gusto./ Le nari/orfane di marini odori/altro non fanno/ che cercar profumi/ in mar sopiti/ e sulla spiaggia spenti (Ambiente marino) .

 

Una frattura nel tempo, vissuta come una ferita profonda per l’umanità

 

Il nostro tempo,/ ampio, largo , sazio/ ora è sfibrato[…]/ non protegge/ non serve a nulla (Ora).

 

Ed è proprio quel mito di infanzia, che l’autrice riscopre in sé come un momento di paradiso (Nostalgia), ad esserne sfregiato:

 

Ma io quando gioco?/ quando gioco io, papà?/…voglio la mamma, …Dov’è mio fratello?/…Ho sete…ho freddo/ ho sonno/ Papà, papà/ prendimi “opa”./Non voglio correre più (Bimbi moderni).

 

Non ha bisogno di inventare Maria Luisa Grandi. la poesia non è mai invenzione, è trasalimento, visione di ciò che normalmente non si vede. Così il dialogo riportato in versi fra un bimbo costretto a correre che invoca la protezione del padre rappresenta lo strazio di questo mondo che oltre la strada in cui ci incontriamo, oltre i muri con cui ci separiamo sembra non avere futuro di umana bontà. Il linguaggio dolce può diventare allora acerbo, sferzante:

 

L’oca volle bere e così si specchiò nello stagno./ Non si riconobbe./ Egualmente pianse per quell’anima riflessa/ […] era il male universale che la torturava,/ quello padre di crudeltà e ignoranza/ Cercò la propria immagine nello stagno,/ Poi l’orrore, lo scempio, la pietà per sé e le altre. […] La povera oca sapeva/ che l’avrebbero/ ingozzata all’ingrasso./ Le avrebbero infilato un tubo di ferro/ dalla bocca allo stomaco,/ tolto il diritto anche di urlare,/ le avrebbero rapinato il fegato ormai malato/ e finalmente uccisa./ Buon appetito con il paté de fois (Buon appetito).

 

Impossibile non riportare questi versi che danno la misura dell’intensità con cui Maria Luisa Grandi vive il “tempo”, che passa dall’essere una dimensione del rapporto fra un passato ipostatizzato, mitico di ricordi e meraviglie, e un presente diverso, al blocco di un’ “epoca”, la nostra,  che ha perduto la magia e si rappresenta nelle storie di ordinaria crudeltà verso gli indifesi.

 

***

 

Maria Luisa Grandi vive però in questa sua opera poetica anche una dimensione del tempo tutta sua, la dimensione dell’attesa.

Si fa creatura della notte, “giorno dopo giorno” riconosce i cambiamenti (Sfumature), persino li attende con ansia (Capelli bianchi) scrutando in sé il momento del dolore e del pianto (Vita) come quello della gioia e della bellezza.

 

Il lento divenire della notte/  respira  in noi fino all’alba./ […]

Al risveglio

 Insicuri, cerchiamo/ misteri,  ragioni/ bugie e verità (Incertezza).

 

La foce che ci accoglie non ci libera nel mare ma è paludosa e ha molte braccia. Così anche il rapporto col mare, tanto presente nelle poesie di questo libro, si complica.

 

C’è l’attesa estatica della bellezza di cui non si è mai sazi, e l’attesa come sospensione e meditazione. Duplice:  l’autrice/protagonista attende il dischiudersi del mondo e il mondo attende il miracolo della sua stessa rinascita secondo i ritmi della natura, quasi sentendo che lei è lì vigile e rispettosa in una corrispondenza totale

 

Vien giù la pioggia,/ il bosco canta,/il fungo spinge/la terra scura/ che cedevole s’apre./ […] Odo un chiacchiericcio d’acqua,/ il fremito delle cortecce assetate/ che a lei si aprono,/ gli schiocchi delle pigne/ che si schiudono/[…]/ Scambi spontanei/ di questa realtà che vivo./ Grande armonia/ di generosità e gratitudine/ mi circonda,/ partecipe, io m’incanto (Pioggia).

 

Tutto intorno vive. Il mondo animale e il mondo vegetale sono immersi nella grande vicenda delle stagioni che inondano gli spazi con i loro colori, con la loro anima, chiusa come quella dell’inverno

 

con fatica sopportavo quel gelo astioso,/ ma ero salda./ Intravidi la bellezza vacillante del cuore invernale/ La terra dura rispondeva afona al mio tacco/, non si affliggeva, aspettava il mio peso…Inverno amaro ma pur sempre precursore di primavera (Il mese più freddo);

 

o luminosa e accogliente come quella del Carso autunnale esaltata dalla luce di un arcobaleno che si affaccia con un saluto

 

Il carso autunnale/ è tutto un rosseggiare/ tra fremiti d’oro/ e gocciole lucenti./ Sento l’accordo perfetto,/ per me costantemente presente (Arcobaleno).

 

o l’estivo giugno che occhieggia di ciliegie (Giugno).

 

Il tempo dell’attesa nella poesia di Maria Luisa Grandi è fatto di “inizi” quando tutto sembra rigenerarsi e il richiamo antico diventa segno di un futuro possibile nella purezza della vita creata

Apro l’uscio,/ m’investe l’aria gelida/ di Capodanno./Mi accoglie/ lucido e baldanzoso/ un merlo innamorato./[…] Orgoglioso, impaziente/ affida al mondo il canto/ […] Il freddo spargerà il richiamo antico./ La merla grigia/ raccoglierà le note d’amore/ e risponderà timida./ A mezzogiorno si troveranno/ nei familiari rovi (Il bel merlo).

 

Un anno nuovo si apre così; ma così si aprono anche i giorni della speranza in un paesaggio fiabesco dove il suono della campana riempie l’aria mentre il becchettare del passero e le fusa  del “padron dell’orto” aprono il dialogo segreto con la vita che circonda.

 

Gea stessa, la madre terra, attende “giorno dopo giorno” la malia dell’alba: da questa attesa di bellezza nasce il futuro

 

L’energia ripercorrerà il mondo/ ci ridaremo la mano, / verremo scossi da un sussulto/ tutto sarà migliore/faremo parte dell’infinita danza (Giorno dopo giorno)

 

C’è molto futuro nella poesia di Maria Luisa Grandi, fatto di volontà, di speranza, di sogno, di conoscenza (Platone) e di riconoscenza (Storia)

 

Raccontami una storia/ così la metterò in fila/ con altre storie,/ Quando le avrò messe in ordine,/ riempirò il vuoto/ delle storie dimenticate,/ in attesa di riscatto,/ poi di quelle più antiche, / che paiono morte./ Crescerà la piramide di coscienza e riconoscenza…(Storia).

 

Un futuro fatto anche di pietà, persino di fronte agli orrori delle Foibe : all’offesa del colore rosso sangue, tutto il sangue della terra del Carso, si offre pensosa la mitezza dell’orizzonte con la sua “tenue luce nascente”.

 

Un futuro evocato e presagito nell’ invocazione al mare di Assetati di bellezza:

 

Mare dammi un sorso/ della tua acqua/ anche se vano/ a calmare la mia sete./ Immaginerò una fonte pura/ e fingerò di bere. […] la bellezza è tanta /. La mia sete non si calma.

 

La strada è la felicità (Il percorso). La vita è “un artifizio benigno”, noi siamo “irraggiungibili” nella nostra marcia infaticabile. Questa è la struttura, è l’impegno e il risultato.

 

***

 

C’è però, nella poesia di Maria Luisa Grandi, qualcosa di più profondo, di più elementare, se così si vuol dire:

 

Il prato innevato

finisce in salita/ contro il bosco di pini neri/ con la chioma senza neve/ rubata dalla bora./ Non era invitante /  né ospitale/ ugualmente provavo il richiamo/  da me sempre atteso,/  al quale non so resistere  (Il prato innevato).

Giovani lupi giocosi, la madre acquattata, la sfida leale fra due regni egualmente grandi e, si vorrebbe dire, la madre Terra che attende.

 

Ogni richiamo è un mistero: lo attendi e ti attende. Lo ascolti, lo avverti e quasi lo vedi nel suo habitat; ti ascolta, quasi ti osserva e nel suo habitat ti accoglie. Ti incanta.

 

Nel bosco dietro ogni ombra c’è un elfo,/ dietro il fruscio del vento c’è una fata che ti osserva./ Ogni luna nera nasconde un maleficio,/ ogni goccia di rugiada è una lacrima,/ ogni impronta è un’avventura,/ ogni richiamo è un mistero./ Nel bosco tutto è fiabesca realtà. (Il fiabesco)

 

È notte viva./ Il bisbiglio delle creature,/ il canto quasi muto/ dei rapaci in volo,/ il richiamo degli indifesi/ flebile e costante (Notte di luna).

 

***

 

Indifeso l’uomo che chiede aiuto dall’ambulanza, già ricordato all’inizio di questa introduzione:

 

Ho sentito l’ovattato richiamo/ di chi cerca aiuto e vuole un testimone/ cui lasciare quel momento doloroso…,

 

Empatia è il titolo della poesia a cui siamo ritornati. Empatia è il nucleo profondo della sensibilità di Maria Luisa Grandi che abbraccia tutto il vivente del creato: e tutto per lei è vivente.

 

C’è un brulichio di vita, si è detto, un occhieggiare e rispondersi di voci, ci sono i segreti richiami che gli elementi si scambiano felici della loro intima natura; da questi sale l’invito alla infinita danza.

Le forze della natura si scatenano e si acquietano (Dalla strada Napoleonica), l’immensità attrae con le sue voci profonde:

 

 Quando il rumore dei ghiacci/ si fonde a quello dei pini/ e della neve,/ ci specchiamo/ nella loro immensità.(Montagne).

 

Le notti di luna sono pregne di complicità nell’incontro e nel dono (Monrupino)

 

Tiene insieme Maria Luisa Grandi l’ampio sguardo su paesaggi dentro cui è totalmente immersa e la concentrazione interiore di ciò che da essi riecheggia e quasi risponde. Un mondo ha atteso il suo passo, mille volte ha lanciato i suoi richiami e lei si è fatta ascolto vivo, non si è sottratta. Ora è tempo di riconoscere sopra tutto la semplice certezza di un amore. “Amore mio: È bello stare con te” (Amore mio).

 

L’autrice gode oramai di una personalità compiuta di cui è ben consapevole e che la fa padrona di sé, del suo tempo e delle sue memorie trasformate nella lunga e presente attesa del futuro.

 

Illuminata/ dalla mia stessa luce,/ vado per il mondo/ a regalare quei sogni/ che un tempo/ mi hanno scaldato il cuore/ e fanno di me donna sapiente (Sogni).

 

Ha chiesto alla sua volontà di farsi immenso pensiero (Utopia), ha incontrato la grazia tenera e saggia della bimba che esorta a vivere mentre il suo tempo è breve (Poco tempo); si sente libera di amare e di capire, “terra ed acqua insieme” (Anfibia). Ha accolto l’abbraccio appassionato della musica “dimentico di ogni trionfale sventura” (Carmina Burana).

 

Giorno dopo giorno è un libro di poesie particolarmente complesso. Ogni poesia è un piccolo scrigno da cui si dischiudono gemme di pensiero o di luce, ansie e voluttà, sogni, sorrisi affettuosi, palpiti di bellezza. Ogni poesia ha il suo titolo, è un momento unico, talora è indicata anche l’occasione della sua scrittura.

Ma il libro nel suo insieme ha una forza che si impone.

C’è qualcosa di epico nell’ossimoro che conclude “Carmina Burana”, qualcosa di grandioso nella sintesi fra sventura e trionfo che accompagnano, quasi inscindibile destino, la vita dell’uomo.

 

Bledo

Abbiamo respirato assieme/ lungo le fantastiche vie./ Abbiamo chiesto di sfiorare l’orizzonte/ con le labbra arse dall’emozione./ […] Io e te amico mio, siamo stati spirito nel vento, siamo stati abbracciati/ mentre la realtà si faceva fiabesca./Palpitavamo nel passato e nel presente. Il nostro tempo iniziava e finiva, a volte tornava/ e ci ornava di riconoscenza./ Ora i miei ricordi più belli/ mi riconducono a te,/ Bledo, mio bianco destriero.

 

Amore puro, che si adorna di riconoscenza, amicizia senza riserve, tra lei e il suo bianco destriero: è questa l’immagine più vera di Maria Luisa Grandi: ella trova nella libertà del vento, nella simbiosi di lealtà, forza e ardore il suo suggello.

 

Chi scrive l’aveva lasciata sulla soglia di un antico cancello. Ora, facendosi incantare con lei da un antico richiamo, l’ha accompagnata su un’altra soglia:

 

Quando abbraccio l’orizzonte, /quando il sole m’invita alla passione/ tra i focosi riflessi dei colori lucenti,/ quando all’alba tenero rinasce/ tra la seta dei pastelli più delicati, / io sono felice./ Penso all’ultimo respiro/ che ci accomiaterà/ da tutto ciò che siamo stati/ dissolvendoci in pace  (Sentimento).

 

Lì il dono dell’amicizia la compensa e placa.

 

Gabriella Valera